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Leggende

La Bella Marsilia

Morsa dai venti, arroventata dal sole della grande estate maremmana, corrosa dalle intemperie, la Torre della Bella Marsilia, sui monti dell’Uccellina, resiste indomita e fiera come l’anima della giovinetta che vi crebbe e della quale ha preso il nome. Chi, in Maremma non conosce o non ha sentito nominare la Torre della bella Marsilia?
Nel 1500 questo superstite rudere era uno dei castelli più belli della Maremma, con il mastio, le due torri, gli spalti merlati e in esso viveva la ricca e potente famiglia dei Marsili. Attorno, la fitta macchia mediterranea, giù a picco le aspre scogliere, e il mare con le sue collere selvagge e i suoi teneri mormorii.
In questo ambiente, a contatto della natura, crebbe Margherita, la figlia giovinetta di Nanni Marsili, dalla fulva chioma e dagli occhi viola, ardita, coraggiosa e bella. E di coraggio ce ne voleva a quei tempi, per vivere nella infelice terra di Maremma aperta a tutti gli sbarchi, preda di tutte le cupidigie. E non sempre dei coraggiosi era la vittoria.
Una notte nel 1511 (il mese è imprecisato) il libeccio urlava con tanta furia e il mare ruggiva con tanta ferocia che al castello si allentò la guardia degli uomini affidandola all’infuriare degli elementi; chi poteva avventurarsi, sia per mare che per terra, sui monti dell’Uccellina in una tale notte d’inferno?
Ed ecco invece una masnada di corsari arrampicarsi silenziosi e felini su per le scogliere, guidati dal crudele Ariodemo Barbarossa. Erano sbarcati inosservati, forse per la foschia, nelle insenature di Cala di Forno ed ora si avvicinavano con gioia feroce al castello immerso nel sonno e guarnito di pochi difensori, sicuri della vittoria. E a un tratto, con l’urlo selvaggio del vento ecco le urla non meno selvagge degli assalitori, ecco le prime invocazioni, i primi comandi. Ma colti di sorpresa i difensori si difendono male, scavalcato il ponte levatoio i ladroni sono ormai dentro il castello e la carneficina comincia implacabile e spietata.
L’alba livida rischiarò uno dei più orribili spettacoli. Unica scampata al massacro Margherita, la giovinetta dagli occhi viola. E non certo per pietà: così giovane e bella rappresentava “l’oggetto” più prezioso del bottino e bisognava non farle male se la si voleva vendere a Solimano I.
Asportato tutto quello che si poteva portar via, distrutto tutto quello che si poteva distruggere, i pirati legarono e imbavagliarono la fanciulla impietrita dall’orrore, trasportandola insieme con altre cose, giù alle sambuche in attesa.
Margherita coraggiosa e fiera non implorò misericordia; si ribellò come una furia, rifiutò il cibo, giurò a se stessa che avrebbe ripagato male per male.
Quando i pirati la deposero davanti al sultano questi la guardò con ammirazione e stupore proprio come si guarda un monile prezioso: quei riccioli dai riflessi di fiamma e l’impero di quegli occhi viola lo soggiogarono.
Per quanto giovane e ignara (aveva appena sedici anni) Margherita intuì subito il potere di quel fascino e ne approfittò senza scrupoli portando lo sgomento e la disperazione dell’harem. Il sultano la elesse prima sua favorita poi moglie legittima; sottomesso a lei giovinetta, come un fanciullo.
Ma la prima moglie e le ex favorite lottavano e complottano per conservare il trono ai loro figli e questo disturbava Margherita la quale molto graziosamente, ottenne di far piazza pulita delle madri e dei figli.
Abbagliato dal fulgore di quella chioma rossa, Solimano concedeva, concedeva …. E Margherita fu la vera padrona dispotica, crudele, decisa a rivalersi di quello che avevano fatto a lei.
E così il sultano  Selim II, fu il figlio di Margherita Marsili detta la Rossa la quale si spense, ormai paga e ben vendicata, nel 1566 a Costantinopoli.
Pare che, nonostante il suo coraggio, le fosse mancato quello di rivedere la sua terra, il suo castello devastato dove più nessuno dei suoi viveva. E chi sa se nei momenti in cui l’odio, l’ambizione, l’orgoglio tacevano, avrà mai pensato a quella sua torre alta sul mare, ai suoi boschi, alla sua gente.
La torre sulla quale pesa tanta storia e tanta leggenda svetta ancora sui monti dell’Uccellina. E quando il sole al tramonto trae riflessi cuprei dalle aspre scogliere, pare che una gran chioma fiammeggiante fluttui nel vento, fasci e lambisca le vecchie pietre della torre mentre giù sotto, le onde placate si fan viola come gli occhi di quella antica fanciulla maremmana.

Il tesoro dell’Abbazia

I monti dell’Uccellina sono, si può dire, il deposito delle leggende maremmane. Ogni torre che svetta tra l’aspra macchia mediterranea, ha la sua. E in quasi tutte si parla di tesori nascosti.
Che tesori vi siano nascosti, in terra di Maremma, non stupisce nessuno e non lo afferma soltanto la leggenda: li nascondevano i signori dell’epoca caduti in disgrazia (in aspettativa di ritornare in auge), li nascondevano gli abati dei monasteri tutte le volte che, allo spuntare delle vele saracene, erano costretti a lasciare il rosario per prendere la spada, li nascondevano i briganti con la speranza di farla franca, eccetera. Poi si sa. Una pianta, punto di riferimento, che il fulmine folgora o il tagliaboschi abbatte, una frana, un disboscamento, annullano il riferimento, gli uomini che l’hanno nascosti spariscono dal mondo e i tesori rimangono. Vigilatissimi però e difesi dalle anime che in terra li possedettero.
La bella abbazia dell’Alberese (oggi San Rabano) alta sopra un colle dell’Uccellina era certamente ben fornita di ricchezze.
Fondata dai benedettini nel secolo XI, assegnata poi come “commenda” ai cavalieri di San Giovanni in Gerusalemme, e particolarmente al priorato di Pisa, fu al centro di importanti avvenimenti. Trasformata in fortezza dal “tiranno di Grosseto”, più volte contesa dalle milizie senese e da quelle pisane, soggetta alle incursioni dei saraceni e alle violenze dei banditi, affidata ancora ai cavalieri di Malta poi ai Medici dominatori, fu abbandonata nel XVI secolo per far parte più tardi, insieme con le altre terre dell’Alberese, dei beni del granducato di Toscana. Le torri sbrecciate e le mura che sostennero gli assalti di spietate orde corsare pare custodiscano ancora, con selvaggio amore, i grandi tesori che via via, secondo le vicende, vi sono stati nascosti. Mi pare abbiano anche dei validi meccanismi “antifurto” il cui funzionamento è affidato a fantasmi energici decisi a tutto.
Una donnetta che abitava in un casolare ai piedi del colle dell’Uccellina, sognava notte e giorno quelle ricchezze e, vigilate o no, le voleva. E metteva in croce quel povero uomo di suo marito il quale si difendeva sempre più debolmente perché gli attacchi erano continui, le accuse di mancanza di coraggio anche, e perché, in definitiva, quelle ricchezze facevano gola anche a lui. Ma non se la sentiva di ritrovarsi a tu per tu con i fantasmi. “Non che mi manchi il coraggio – diceva alla moglie – ma capirai, i fantasmi sono fantasmi e potrebbero anche stendermi morto”.
“Ma non saranno sempre lì a fare la guardia” ribatteva la moglie la quale pensava che anche i fantasmi facessero in un certo senso, “la settimana corta” e che perciò bastasse azzeccare le ore di libertà dei guardiani.
Una notte di pioggia e di gran vento, mentre il libeccio urlava tra le piante e scuoteva il misero casolare dei due sposi come volesse strapparlo dal suolo, la donna il cui pensiero mai si allontanava dai forzieri nascosti lassù tra i ruderi dell’abbazia, svegliò il suo uomo e così gli parlò: “In una notte come questa i fantasmi penseranno che a nessuno venga in mente d’andare a cercare il tesoro, perciò anche loro riposeranno”.
Come logica di creature umane non faceva una grinza ma i fantasmi si sa, appartengono ad un mondo così illogico che … Basta, il povero uomo più per sfuggire a quel feroce pungolamento che per convinzione, si vestì, prese i fiammiferi, candele e alcuni arnesi che potevano servirgli e si avviò su per il colle dell’abbazia. Il vento nella macchia aveva quasi gli stessi schiocchi, lo stesso scrosciare del mare giù sotto, sulle scogliere di Castel Marino e di Cala di Forno. La pioggia lo sferzava, ma pensando a quella sua implacabile donnetta, il povero uomo tirava avanti coraggiosamente .
Giunto sul colle, un po’ per ripararsi e un po’ per meditare sul da farsi, l’uomo si spinse in un vano ai piedi della torre e accese un focherello di sterpi. Mentre si guardava attorno con un certo batticuore, scorse un grosso ragno nero, peloso; uno di quei ragni che sembrano portare condensato nel loro grosso ventre tutto il veleno della malaria di altri tempi.
Mentre lo guardava affascinato pensava a quello che sovente gli diceva la moglie: “Tieni d’occhio i ragni; loro non sanno che farsene delle ricchezze ma chi sa perché amano starci vicino; molto vicino”.
“Che sia vero?” si domandò l’uomo dirigendo il raggio del mozzicone di candela verso il ragno. Ma vide soltanto una larga e spessa tela: il ragno era sparito. Non ebbe tempo di meravigliarsene che qualcosa gli ronzò vicino alla testa, poi un tonfo di una pietra che cadeva. “Con questo vento – pensò – le pietre rimaste in bilico cascano”. Ma una sassata in uno stinco lo convinse che le pietre venivano dal basso e non dall’alto. E precisamente venivano dall’interno della chiesa. Balzò in piedi furioso pensando allo scherzo di cattivo genere di qualcuno che avesse cercato riparo tra quei ruderi ma per quanto guardasse in giro attentamente non vide nessuno e brontolando ritornò verso il fuoco, con la speranza di ritrovare il ragno. Una gragnola di sassi lo investì e mentre cercava di difendersi alla meglio vide una forma oscura che avanzava verso di lui. Era una strana figura incappucciata e drappeggiata in una specie di lunga tonaca. L’uomo gli si rivolse tra irato e conciliante: “Ehi, eravate voi a tirare i sassi? Che scherzi cretini”!

Nessuna risposta. L’uomo alzò la candela per guardare in faccia l’inatteso ospite, e sentì drizzarsi i capelli. Sotto il cappuccio non c’era un volto ma qualcosa di fosforescente. Si sentì mancare ma con il coraggio della disperazione, pensando a quello che avrebbe detto la moglie se fosse ritornato a mani vuote, balbettò: “Se … se siete il guardiano del tesoro perché non mi insegnate dov’è? Tanto a voi a che cosa serve” ? E, rinfrancato, si sentiva quasi disposto ad espletare le pratiche burocratiche del caso quando una voce che pareva venire da lontananze sconfinate disse: “Vattene”!
“Ma io …”.
“Vattene” intimò la voce.
“Ma come faccio con quella donna a casa che …”
La lama di una spada brillò alla fiamma languente. Un colpo, un grido e l’uomo cadde colpito a morte.
Lo trovarono la mattina, stecchito ma senza una ferita, davanti ai resti del focherello spento. Il vento si era placato, tutto era silenzio attorno, deserti i ruderi. Nell’angolo del piccolo vano, il nero ragno panciuto drappeggiato nella sua ragnatela, guardava con occhi maligni e irridenti.

La chioccia d’oro

La Chioccia d’oro – In una notte di tanti anni fa, un giovane cacciatore dopo aver inutilmente atteso la lepre al balzello sui poggi dell’Uccellina, si avviava verso i ruderi di San Rabano in cerca di un riparo. Avrebbe acceso un bel fuoco di sterpi, si sarebbe riscaldato, rifocillato e chi sa che nel frattempo quel temporale-diluvio non si fosse calmato. Pensando al calduccio ed alle saporite salsicce sfrigolanti sulla fiamma, affrettò il passo tutto curvo in avanti per difendersi alla meglio dalla pioggia e dal vento.
“Proprio una serata da lupi”, brontolò tra sé. Poi vedendo scaturire da un cespuglio un grosso gatto nero, si corresse: “anzi, da gatti”. Ma la battuta di spirito non gli recò sollievo; quel gatto che invece di cercare riparo rimaneva lì in mezzo al sentiero ad impedirgli il passo e a guardarlo con due occhi verdi, gelidi, saturi di malvagità, gli procurava uno strano malessere. Si ha un bell’essere cacciatori coraggiosi ma un gatto nero dagli occhi diabolici che soffia minaccioso e non si muove, fa sempre una certa impressione. E a quell’ora, su quei monti selvaggi, nell’infuriare della tempesta l’impressione si accentuava notevolmente.
“Vattene o ti lascio andare una pedata” gridò il giovane con il piede alzato pronto all’azione.
Il gatto non si mosse.
“Vattene, in nome di Dio, o ti sparo”, esclamò esasperato. Al nome di Dio il gatto fece un balzo e sparì in un cespuglio. Il giovane si rincuorò con un segno di croce e proseguì la sua strada ma, alla svolta del sentiero flagellato dal vento e dalla pioggia, ecco venirgli incontro un frate dalla tonaca nera e uno strano copricapo che non era cappello né cappuccio.
“Ma che buffi incontri questa sera – borbottò il giovane di malumore – dove mai andrà questo frate? Non certo a caccia visto che non ha nemmeno il fucile”.
Stavano ormai per incrociarsi ma il giovane non avvertì nessun rumore di passi; il vento che pure era impetuoso non muoveva una piega della tonaca nera ed anche l’acqua pareva scivolare sulla figura senza bagnarla.
“Brutta serata padre” balbettò il ragazzo per rinfrancarsi quando il frate gli passò accanto, ma non ebbe risposta e l’aria sembrò farsi gelida mentre una strana fosforescenza illuminava per un attimo la fosca figura.
Qualcosa che non era del tutto paura gli somigliava molto, sconvolse il giovane cacciatore. Si volse per vederlo scivolare così dritto e sicuro nella tempesta senza nemmeno piegarsi contro vento, ma il frate era sparito. Eppure la macchia era talmente bassa in quel punto che non avrebbe nascosto nemmeno un bambino. Tutte le storie dei fantasmi che abitano le torri sparse sui poggi dell’Uccellina, gli si affacciarono alla mente e se la diede a gambe, ma poi si calmò: fantasmi o non fantasmi la torre di San Rabano, quella notte gli avrebbe dato ricetto. Vi giunse presto, cercò e trovò l’angoletto agognato e subito si mise a radunare sterpi per una bella fiammata.
“E se qualche fantasma infreddolito verrà a riscaldarsi – ridacchio fra sé – le storie vere me le farò raccontare da lui”.
Stava per dar fuoco al mucchio di sterpi quando distinto sopra il rumore della pioggia e del vento, sentì un pigolio e un chiocciare che lo stupì. Ma anche a questo trovò risposta: qualcuno dei dintorni doveva aver fatto di quel vano abbandonato un pollaio o qualche chioccia smarrita vi aveva portato al riparo i suoi pulcini ed ora protestava a suo modo per la presenza dell’intruso. Alzò il fiammifero acceso verso l’angolo buio per vedere la sua ospite bisbetica, e rimase senza fiato, immobile come folgorato.
Lo richiamò alla realtà la fiammella del fiammifero che gli bruciava le dita e questa volta i capelli gli si drizzarono davvero: in quell’angolo una grossa chioccia d’oro chiamava a raccolta i suoi dodici pulcini tutti d’oro anch’essi.
Un’antica leggenda maremmana dice che ogni cento e più anni, durante una notte di tempesta, esce da un nascondiglio misterioso nei pressi di San Rabano, una chioccia tutta d’oro con i dodici pulcini d’oro: chi vedendola, ha il coraggio di seguirla e di subire le terribili prove che gli spettano, troverà il tesoro nascosto in quei paraggi.
“Al nonno di tuo nonno capitò questa fortuna – diceva amara la nonna quando, tra tante fiabe, gli narrava anche questa – ma se la lasciò scappare per quattro fantasmi che si trovò tra i piedi, per giunta ritornò a casa con i capelli tutti bianchi e gli occhi da vecchio”.
Lui, bambino, rimaneva affascinato da questa storia, la più bella, la più terribile di tutte ma, via via, crescendo, altre storie più reali avevano destato il suo interesse e la vecchietta l’unica parente che gli restasse, aveva finito col tacere mortificata nel suo canto del fuoco. Soltanto quando lo vedeva uscire di casa la notte per andare a caccia, lo seguiva con lo sguardo ansioso e faceva scongiuri per proteggerlo dai cattivi incontri.
Tutto questo ritornava alla mente del giovane cacciatore; gli pareva anzi di risentire la voce della sua cara vecchietta: ” Il nonno di tuo nonno …”.
Questo poteva significare che proprio quella fosse la note della chioccia: la tempesta c’era, si sentiva scatenare lì fuori e giù sulle scogliere di Cala di Forno, il mare urlava impazzito. E quel gatto e quel frate erano fantasmi che volevano impedirgli di avvicinarsi alla torre per proteggere la misteriosa passeggiata della altrettanto misteriosa chioccia.
Mentre come lampi queste gli idee gli attraversavano la mente, la chioccia, chiamato a raccolta il suo plotoncino, prese a camminare adagio quasi incerta sulla direzione da prendere, poi sempre più decisa si avventurò allo scoperto fino allo sperone di una roccia seminascosta da un folto cespuglio. Il giovane la seguì. Riacquistato tutto il suo sangue freddo intendeva non lasciarsi sopraffare dallo spavento come quel “nonno di suo nonno”; se non altro si sarebbe riempito le tasche della cacciatora di pulcini d’oro, il resto era da vedersi. Chioccia e pulcini sparirono dentro una cavità della roccia. Il giovane, con il cammino illuminato dal bagliore d’oro di quella strana famiglia di pennuti, entrò audacemente nello stretto passaggio. Camminò e camminò senza poter fare calcoli di tempo. Ora la cavità si trasformava in un in un tortuoso canale, ora si allargava e si alzava dandogli la possibilità di camminare eretto e sempre, come guida, il bagliore d’oro e il pigolare dei pulcini. A un tratto il bagliore si spense e un soffio gelido lo arrestò all’ingresso di una grotta nera come il fondo di un pozzo. Strani rumori venivano dall’interno. Il giovane sudava freddo: in quel buio non poteva fare un passo avanti né tornare indietro. Intanto i rumori sinistri si accentuavano, si avvicinavano; a un tratto qualcosa di freddo lo sfiorò, lo sospinse, poi un bagliore rivelò una scena ideata dal più diabolico dei registri: la caverna era vastissima; torno torno alle pareti forzieri semiaperti dai quali scaturiva il bagliore che illuminava la grotta: scintillio di diamanti, rubini, smeraldi, perle, monete d’oro e d’argento. Accanto a ciascun forziere una figura stava a guardia. Monaci, cavalieri con le armature, pirati: una piccola folla armata e ghignante. Sopra un forziere soffiava minaccioso il gatto nero; la sagoma del frate incontrato per il viottolo si distingueva da quella degli altri frati, per lo stano copricapo. Al centro, circondata dai suoi pulcini, la chioccia d’oro.
E tutti guardavano l’intruso. Occhi fondi, fosforescenze di vuote occhiaie, bagliori minacciosi di occhi animaleschi.
Poi tutte quelle forme presero a muoversi ghignando, avanzarono verso il povero giovane paralizzato dallo spavento, lo circondarono e sempre più il cerchio orribile si restringeva. Ogni tentativo di fuga sembrava impossibile e il cerchio si stringeva, si stringeva … La chioccia prese a beccarlo ferocemente, il gatto a graffiarlo mentre la stretta di quelle forme inconsistenti si faceva sempre più tenace.
Con uno sforzo il giovane si liberò da quel senso agghiacciante che lo paralizzava e con un urlo forsennato si lanciò verso l’apertura senza trovare resistenza nelle forme che lo stringevano da presso.
Corse, corse per il lungo corridoio, sull’accidentato terreno finché non sbucò all’aperto. Qui le forze gli mancarono e cadde svenuto.
Quando riprese i sensi era giorno alto. Il sole splendeva e tutto, lassù sui poggi, era limpido e innocente. Il povero ragazzo si guardò attorno trasognato: niente somigliava allo scenario infernale della notte scorsa. Aveva fatto forse un orribile sogno?
Il mucchietto di sterpi preparato per la fiammata, era una realtà. E di vero c’erano anche le beccate della chioccia e i graffi del gatto nero, che ancora gli dolevano.
Riconobbe l’angolo dal quale aveva visto uscire la gallina d’oro ma non riuscì a trovare quella cavità entro il quale l’aveva seguita.
No, non aveva sognato, tutto era vero. Ed era vero anche il tesoro. Lo aveva ben visto, ed aveva visto anche i feroci custodi che lo avrebbero soffocato se non avesse avuto la forza di sottrarsi a quell’orribile incanto.
Quando arrivò a casa, la vecchia nonna nel canto del fuoco gettò un grido rauco e si coperse il viso con le mani. Volle dire qualcosa ma le parole le morirono in gola.
Il giovane si stupì, che cosa c’era nel suo aspetto da spaventare così la cara vecchietta?
Corse a guardarsi nello specchio e rimase allibito: il suo ciuffo biondo e baldanzoso era ridotto a un mucchietto di capelli bianchi e negli occhi, spento ogni splendore giovanile, era rimasto il segno incancellabile della terribile esperienza.
Ogni cento e più anni la chioccia d’oro intraprende la sua misteriosa passeggiata e il tesoro è ancora nascosto là, sui poggi dell’Uccellina.

Le meduse d’Alberese

Narba era una fanciulla pallida e malinconica; i suoi genitori che pure avevano bisogno di aiuto per strappare qualcosa alla poca terra rocciosa sotto i monti dell’Uccellina, ben poco ottenevano da lei e non giovavano rimproveri e blandizie. Passava lunghe ore in riva al mare, ma temendo i raggi del sole si nascondeva tutta sotto verdi ramoscelli densi di fogliame che strappava ai boschi sovrastanti il mare.
Il sole così tenacemente ripudiato si offese ed anche si incuriosì: voleva ad ogni costo vedere il viso della strana solitaria creatura ma non vi riuscì.
Un giorno d’estate che con maggiore stizza e calore dardeggiava la spiaggia e invano cercava sotto di penetrare sotto le verdi fronde che proteggevano il pallido viso della fanciulla, sentì lo scanzonato Maestrale che fischiettava irridente.
“Vuoi vedere – disse il vento al sole – che io riesco a scoprirle il viso?”.
“Vediamo” rispose il sole scettico.
Maestrale cominciò a saltare e a soffiare qua e là, ora increspando una nuvoletta di rena o facendo scampanellare le bacche verdi dei ginepri. Ma la fanciulla, a testa bassa sotto l’ombrella di foglie, pareva non accorgersi di niente.
Il sole ridacchiava malignamente.
“Fratello – sibilò a un certo punto il protervo Libeccio – con questi tuoi stenterelli e queste soffiatine non otterrai proprio niente e il sole continuerà a burlarsi di te. Qui ci vuole la maniera forte”. E gonfiando le gote, con una potente soffiata non solo strappò le fronde sulla testa di Narba ma sradicò le piante, sconvolse la spiaggia e la povera fanciulla così esile e fragile com’era, volò in acqua e vi sprofondò.
“Bene – disse il sole vendicativo – che resti nel fondo e non veda mai più la luce così non avrà più bisogno dell’ombrella”.
La luna che pallida e diafana, aspettava il tramonto del sole per illuminare e risplendere per le vie dei cieli, ebbe pietà della fanciulla: la fece affiorare dal fondo, le diede un po’ del suo chiarore perché almeno potesse vedere attorno a sé e, per difenderla dal sole nemico le costruì, intessuta con i suoi pallidi raggi, una grande ombrella. Il dio del mare vi aggiunse per solidarietà, o forse per amore, le sfumature più preziose delle sue acque. E Narba diventò così la medusa dalla grande ombrella luminosa e opalescente.
Da lei nacquero le meduse che di tanto in tanto si vedono vagare per il ceruleo mare dell’ Alberese.

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